Le reti di scambi reciproci di saperi nella pedagogia scolastica
incontro pubblico con Claire Héber-Suffrin
 

 


Claire Héber-Suffrin
Conferenza di Claire Héber-Suffrin, ideatrice delle reti di scambi reciproci di saperi, co-fondatrice del MIRERS

Grisignano di Zocco, biblioteca comunale, 12 Marzo 2002

Domanda: ci sono dei ruoli nella rete?

In ogni gruppo sociale ci sono dei ruoli, ci sono ruoli gerarchici verticali o orizzontali, rigidi o elastici; per esempio se in un gruppo una stessa persona ha lo stesso ruolo per dieci anni quel gruppo allora non è una rete. Io penso che si può sapere se un’organizzazione è vivente quando è capace di moltiplicare i ruoli, di inventare sempre nuovi ruoli.
Se qualcuno cerca di avere un ruolo centrale è un’organizzazione chiusa e che rischia di morire. Ci sono invece una molteplicità di esseri centrali: lo spirito dell’organizzazione in rete esiste se c’è una molteplicità di centri, ovvero una molteplicità di modalità di essere centrali.
E’ un’organizzazione in rete se è un’organizzazione in cui ogni persona, ogni gruppo è centralmente interessante là dove è centralmente interessato. La rete sarà vivente se tutte le persone della rete possono dire che tu sei importante, tu sei centrale rispetto al tuo interesse. Nessuno può prendere il tuo posto, nessuno può avere il tuo stesso ruolo; il tuo ruolo è l’incontro tra te e l’organizzazione, fra te e gli altri.
Quello che ho appena detto è tra le cose più difficili da realizzare nella rete di cui faccio parte, e nella rete di reti; bisogna sempre lavorare su questo punto perchè fin da piccoli abbiamo imparato la competizione, dunque il ruolo dell’altro ci sembra più riconosciuto, ci fa voglia e quindi vogliamo il ruolo dell’altro, invece di ricoprire il ruolo che corrisponde alla bellezza interiore di ciascuno; in questo senso non possono non esserci ruoli. Qualcuno avrà un ruolo di mediatore, di testimone. Ognuno deve poter cambiare ruolo; è un’organizzazione democratica se effettivamente ognuno ha un ruolo, non ci può essere organizzazione dove ci sono animatori e utenti: non vedo perché io dovrei fare vivere gli altri, è più giusto che ci facciamo vivere tutti. Questo è molto difficile, molto complesso da spiegare. Io penso che la cooperazione non l’abbiamo imparata e non sappiamo che il saper cooperare è un sapere che si può imparare, non siamo definitivamente votati alla competizione. Quando apprendiamo dei saperi, delle conoscenze impariamo anche i sistemi nei quali noi siamo. Nella scuola sfortunatamente i bambini e i ragazzi imparano di più la competizione che la cooperazione; si impara ad avere ragione sugli altri, piuttosto che ascoltare se anche l’altro ha un po’ ragione, non si impara ad aver voglia che l’altro riesca, si impara che ci sono dei primi, ci insegnano che è normale che dopo ci siano delle élites, si impara che ci sono degli ultimi, quelli che non servono a niente, che non possono portare niente, dunque essi imparano che non potranno mai portare niente alla società, e imparano che la società non può aspettarsi niente da loro. Imparano a non essere aspettati da nessuna parte e imparano che è normale così; e gli altri in alto non sanno che possono arricchirsi da quelli che hanno messo in basso. Altra cosa: non si impara che è molto più efficace imparare cooperando piuttosto che da soli e si impara che qualcuno non avrà alcun ruolo.

Domanda: Non siamo noi a decidere di avere un ruolo ma c’è chi ci assegna un ruolo…

Questo che è difficile, complicato, perché non può essere solo spontaneo ma bisogna organizzare delle situazioni: un educatore, un insegnante non deve cercare di agire perché vuole trasformare l’altro, trattarlo come un oggetto, ma può trasformare se stesso e trasformare le situazioni; creare le situazioni che fanno emergere il meglio dell’ essere umano. Non so quello chi sarei stata se avessi avuto venti anni nel 1939, perchè in quell’epoca ci sono state delle situazioni che hanno fatto emergere il peggio in certi esseri umani; la rete permette di far emergere il meglio di ciascuno e il meglio delle situazioni. Il principio di base della rete è che siamo tutti, ma proprio tutti sapienti e ignoranti; sappiamo tutti tante cose ma siamo tutti ignoranti di tante cose, e della stessa cosa siamo sapienti e ignoranti; siamo sapienti e ignoranti ma non delle stesse cose e siamo anche spesso ignoranti dei nostri saperi. Abbiamo bisogno dell’altro per capire quello che sappiamo, noi siamo ignoranti delle nostre ignoranze: più impariamo e più scopriamo le nostre ignoranze. Al contrario meno abbiamo imparato, meno sappiamo di sapere e meno possiamo immaginare le nostre ignoranze; abbiamo fatto dell’ignoranza un’occasione di umiliazione e di dominazione, però io dico che si può fare dell’ignoranza una ricchezza a condizione che le persone siano tutte e due le cose, cioè sapienti e ignoranti insieme. Dire insieme “io so e non so” è una situazione di parità: questa situazione di parità è possibile solo perché siamo diversi, altrimenti si potrebbe paragonare l’uno all’altro. Questa constatazione sembra ovvia, ma evidenzia ciò che molti hanno dimenticato e cioè che i saperi sono stati molto gerarchizzati. Se siamo tutti sapienti e ignoranti possiamo tutti costituirci come offerenti o richiedenti di saperi; si può cambiare la parola, si può parlare di proporre anziché di offrire e di cercare anziché chiedere se le parole possono creare problemi. La cosa interessante è che si può chiedere solo un sapere che si cerca: il problema della scuola è che si danno agli allievi delle risposte a domande che non hanno fatto e che a scuola chi fa le domande non è chi non sa, ma chi sa. Quindi bisogna cambiare la disposizione interiore dell’allievo. Ho lavorato quindici anni come insegnante fino al 1976 e la rete è nata partendo dalla mia classe: c’era appeso al muro tutto il programma scritto non con le parole dell’istituzione, ma con le parole che i bambini potevano capire e i bambini guardavano … e cambiava del tutto l’atteggiamento quando i bambini dicevano: “Voglio imparare la divisione con due numeri”. Erano sulla strada di una richiesta di saperi. Se scegliamo di essere offerenti o richiedenti a livello dei ruoli, diventiamo allo stesso tempo insegnanti e allievi ma non delle stesse cose e non uno contro l’altro. Dentro a un gruppo, una società, un collettivo insegnando il proprio sapere ognuno scopre che egli stesso è interessante per il collettivo e ognuno sa che chiedendo può ricevere delle risorse dal collettivo: per me è un fondamento della società che ognuno porti il suo contributo positivo alla società in questo caso con il suo sapere e ognuno può contare sulla società per trovare le risorse di cui ha bisogno. I due ruoli di base insieme non possono garantire che non si riprodurranno mai situazioni di dominio dell’uno sull’altro. La storia del ventesimo secolo ha mostrato in modo terribile che quelli che erano oppressi sono diventati oppressori. Io penso che il fatto di avere due ruoli nello stesso tempo sia importante: quando nella rete ogni persona è nello stesso tempo offerente e richiedente succede che ognuno mette nel suo ruolo anche l’esperienza dell’altro ruolo e anche quello con cui lavora ha pure lui l’esperienza dell’altro ruolo. C’è un dialogo interiore: quando sono insegnante insegno e tengo in memoria le mie reazioni e le vostre per quando io stesso sarò allievo. Per esempio se tu Franca insegni italiano e quello che facciamo insieme mi piace, lo tengo in memoria come esperienza positiva che mi servirà; se non mi piace, lo tengo come esperienza positiva per stare attenta e quando sarò nell’altro ruolo oserò dirti : ”Non è così che voglio imparare, so che si può imparare in un altro modo”. In più il terzo ruolo viene proposto a tutti: è il ruolo di organizzare il sistema. Supponiamo che Didier voglia imparare la psicologia cognitiva: fa la sua richiesta a Chiara che accetta di insegnare, cioè di ‘passare dei segni’, e Mariano, che nella rete è offerente e richiedente, organizza la messa in relazione ricoprendo il ruolo di garantire che ognuno ascolterà e sarà ascoltato a livello di competenza nel modo di lavorare insieme. Se ogni persona della rete può avere queste esperienze di richiedere, offrire e di mettere in relazione allora ci sono maggiori garanzie per evitare situazioni di dominio.

Domanda: Qual è la prospettiva per il prossimo futuro?

Una strada come quella degli scambi di saperi è tanto più necessaria ora che le nuove tecnologie si sviluppano: si dimentica che l’apprendimento è anche una relazione e che internet è un favoloso luogo di informazione, ma che può essere un’occasione di formazione solo per chi ha moltissima esperienza di autoformazione. Anch’io lavoro molto in Internet, ma si comincia a farne un mito, si sa che per imparare a un certo punto c’è sempre bisogno di lavorare con qualcuno per scoprire le proprie capacità di parlare e per fare della reciprocità che ha cinque dimensioni: la prima è quella di cui abbiamo già parlato cioè la parità che è una delle necessità di uno stato democratico. In democrazia ogni persona è un voto e ci sono sempre più persone in democrazia che sono senza voce-voto.
Per imparare bisogna essere in situazione di parità umana. I ricordi di formazione che abbiamo e i momenti in cui abbiamo imparato bene spesso erano situazioni in cui c’era rispetto, soprattutto quando eravamo bambini. Per esempio se la maestra ci credeva capaci di essere bravi in matematica lo si diventava davvero: parità umana vuol dire mutuo rispetto. Ciò che si dice all’altro posso dirlo a me stesso: qui adesso siamo in relazione di parità, non è vero? Quello che vi dico, se vi interessa, vi fa pensare da voi stessi nella vostra testa, non pensate con le mie parole ma con le vostre. Sto per dire delle parole grosse: la parità permette che una parola interpersonale si trasformi in parola intrapersonale. Imparare dei saperi, sapere una parola è prendere la parola dell’altro e riformularla a se stesso.
Questa reciprocità è necessaria per imparare anche perché questa reciprocità non si può calcolare; io posso insegnare a qualcuno la tessitura per tre anni o tre mesi, il tempo non è quantificabile, non si può quantificare sempre tutto, anche il dono è importante e la reciprocità è un cammino pedagogico.
Quando si chiede a un bambino di essere tutore di un altro bambino, è il tutore che progredisce di più nell’imparare. Tutti gli insegnanti che ho incontrato dicono che il bambino tutore a progredire maggiormente nella materia dove è tutore: se ciò è vero perché tutti i bambini non sono tutori in tutte le materie? Se avete intenzione di insegnare, di essere offerenti ci sono tre momenti in cui imparerete:- prima di incontrare l’altra persona perché dovete ritornare sul vostro sapere, dovete riattivare quel sapere, rifare la strada che avete fatto per imparare ma al contrario, cioè integrando quello che avete imparato da quel momento; - secondo, quando insegnate all’altro perché dovete riformulare, precisare, esplicitare, razionalizzare il vostro sapere; - terzo, quando gli altri vi faranno delle domande. La domanda dell’altro vi fa vedere il vostro sapere da un altro punto di vista, vi richiede di precisare una formula così vi accorgete delle vostre ignoranze quando non sapete rispondere.
Un esempio concreto. Mia sorella che insegna il francese e una sua collega hanno sviluppato nella loro scuola delle reti di scambio di saperi: Jaqueline, prof. di francese, chiede nella rete lo spagnolo (non ha mai studiato lo spagnolo e vuole impararlo) e una delle sue allieve offre lo spagnolo nella rete. Si vedono fuori della scuola, l’allieva offre lo spagnolo alla sua professoressa e un giorno la prof dice all’allieva Maribela: “Non capisco gli accenti ” e l’allieva dice: “ Proprio quello che temevo! Non li so neppure io! Vado a informarmi e vi rispondo tra una settimana”. Nel frattempo è andata a trovare il suo insegnante di spagnolo e a chiedergli: “Voglio imparare bene gli accenti perché devo insegnarli”.
Quella volta ha ascoltato in un altro modo, prima non era mai riuscita ad imparare gli accenti e così la volta dopo le ha dato la risposta giusta. L’allieva ha chiesto all’insegnante di francese a cui insegnava lo spagnolo: ”Ma succede anche a voi di non saper rispondere a domande poste gli allievi?” perché non gli sembrava possibile e l’insegnante ha risposto: ”Certo!” vale a dire che anche il professore a volte è ignorante nella materia in cui insegna. L’allieva chiede: ” Ma allora come fate?” e la prof “Proprio come voi, ne riparliamo la prossima volta e nel frattempo vado a imparare”. Credo che la reciprocità sia una strada pedagogica efficace.
Altre due insegnanti hanno organizzato una rete nella loro scuola, costituendo l’équipe di animazione della rete formata da insegnanti, genitori e allievi; hanno trasformato anche il corso di spagnolo per i ragazzi di 13-14 anni. La grammatica è noiosa e si sono dette: “Intanto possiamo cambiare la maniera di insegnarla perché tanto non si può far peggio di così”. I ragazzi hanno chiesto di avere due ore di grammatica di seguito; contemporaneamente in due classi parallele le insegnanti hanno aperto le porte tra le due classi, hanno messo gli allievi insieme e hanno fatto scrivere a tutti gli allievi che cosa sapevano insegnare e che cosa volevano imparare.
Hanno fatto poi dei gruppi e hanno organizzato la messa in relazione in modo che ognuno ascoltasse l’altro, perchè quello che offre deve incominciare con l’ascoltare quello che l’altro richiede, al contrario dell’abitudine scolastica. Dopo due ore quando è suonato il campanello i ragazzi hanno detto: ”Come…già… così presto?”. Non serve capire perché la grammatica interessa: sono state organizzate insieme le due classi perché è più facile che due professori gestiscano due classi piuttosto che un insegnante da solo organizzi un unico corso.
Ci sono esempi nella scuola anche per i bambini della scuola elementare: Valerie usa una pedagogia multipla con momenti di pedagogia differenziata individualmente, momenti di lavoro di gruppo e momenti di scambi reciproci di saperi e in tutti gli altri momenti i bambini imparano a scrivere e a nominare i propri saperi. I professori sono costretti a valutare, ma prima delle valutazioni Valerie organizza un ‘mercatino dei saperi’ e i bambini sanno che hanno ancora la possibilità di imparare attraverso degli scambi. In questo modo ogni bambino ha la possibilità di non fallire la prova di verifica. In altri ambiti sempre all’interno della scuola ho degli esempi molto interessanti. Una ispettrice delle scuole elementari, che come tale da noi ha anche la funzione di formatore, tre volte all’anno deve organizzare conferenze pedagogiche cui gli insegnanti sono costretti ad andare (è una regola che non ha senso) anche se si rendono conto che non servono a niente.Questa ispettrice che conosce le reti propone agli insegnanti di fare richieste e offerte sul modo di insegnare e per ottenere questo deve scuotere molto gli insegnanti perché di solito loro non parlano mai di quello che fanno.
Quando riescono bene non lo dicono perché hanno paura che si dica che sono secchioni; quando sono in difficoltà non lo dicono perchè hanno paura di essere svalutati e siccome si parla spesso di violenza, di fallimento della scuola e spesso succede che si accusano gli insegnanti, loro stessi si svalutano.
La direttrice ha cominciato a dire : ”Tutti voi riuscite bene in tante cose” e ha cercato di far esprimere loro quello che sapevano come per esempio spiegare bene un argomento di grammatica, l’educazione all’ambiente ecc. Dopo ha chiesto quello che desideravano imparare o che sapevano fare meglio; ha soppresso le conferenze pedagogiche e ha organizzato 350 insegnanti in scambi reciproci di saperi. Un altro ispettore ha fatto la stessa cosa e per dodici anni, adesso è in pensione, è stato responsabile di 39 scuole. Nel 1989 (l’allora ministro dell’educazione nazionale aveva fatto una legge perchè si facessero dei progetti nella scuola) si trovava davanti a questa situazione di difficoltà: nella scuola tutto quello che viene dall’alto si fa finta di farlo e quelli che sono in alto non ascoltano mai quelli che sono giù in basso.
L’ispettore aveva una legge da far rispettare così ha chiesto che ogni scuola, prima di fare il progetto scolastico, riflettesse su quello che gli insegnanti sapevano fare in quella scuola e che essi stessi costruissero un progetto che si basasse su ciò che si sapeva fare bene in quella scuola. Poi ha detto: ”Per realizzare questo progetto che cosa non sapete fare?” Sono nati così gruppi pedagogici di una scuola che facevano scambi con altre scuole; una scuola, che faceva funzionare un centro di documentazione, offriva di insegnare come si fa un centro di documentazione e lì si è sperimentato che quando si offre il proprio sapere non si perde nulla, anzi offrendolo ci si arricchisce.
Purtroppo abbiamo tutti dei conti in sospeso con la scuola e abbiamo delle difficoltà con la scuola, ma non bisognerebbe cercare di cambiare le persone, ci sono anche delle buone relazioni, non solo dei problemi; bisognerebbe considerare le persone come delle possibilità, l’altro è una risorsa, avendo la fortuna e l’opportunità di incontrare una persona.
Ho fatto esperienza della rete nella scuola con tre classi di allievi che ho tenuto tre anni di seguito e con allievi che ho tenuto per due anni di seguito; quando ho scritto il mio primo libro “L’école eclatèe” mi sono detta: “Questa avventura non l’ho compiuta solo io, gli allievi hanno avuto altrettanto idee”. Per esempio durante una settimana bianca gli allievi hanno avuto l’idea di non fare come sempre una specie di scheda ma di andare direttamente dagli agricoltori a chiedere che spiegassero il loro lavoro: hanno chiesto loro di venire in classe a spiegare e, visto che un contadino ha accettato, hanno chiesto a tutti gli altri del paese di venire in classe a insegnare quello che facevano. I bambini hanno raccontato e scritto tutto quello che hanno imparato nella settimana bianca per realizzare in seguito una mostra in città. Sono tornata pensando a due allievi che non riuscivano a sbloccarsi in matematica, così durante l’orario scolastico li ho mandati dal libraio a comprare i libri e a prendere moneta. E’ incominciato in questa maniera e poi gli allievi sono andati in giro a fare delle esperienze da professionisti il cui lavoro ritenevano interessante. I bambini scrivevano molto perché avevano molto da dire e raccontavano tutto quello che facevano. Dopo qualche anno ho scritto ai miei ex-allievi per avere loro notizie: una ventina di lettere sono ritornate perché avevano cambiato indirizzo, ma non ce n’è stato uno che non abbia risposto cinque anni, sette e nove anni dopo la prima classe.
Qualcuno è venuto anche con i figli e tutti quelli che hanno ricevuto la lettera sono venuti a trovarmi; li ho organizzati in piccoli gruppi per le interviste che dopo ho messo nel libro. Vuol dire che qualcosa è successo ma non dipendeva solo da me anche se non voglio minimizzare il mio ruolo: è stato realizzare una rete che funzionava in modo diverso una rete di mutua riconoscenza. Il fatto che abitavo nello stesso quartiere non era soltanto ricoprire un ruolo, incontravo i genitori degli allievi e così cambiavano anche le nostre relazioni. È bene avere dei ruoli, alcuni ruoli sono protettori, non va bene però mescolare i ruoli: ma sono anche una persona, non soltanto un ruolo. Il ruolo può proteggere, può fare da schermo tra sè e gli altri. Spesso si tratta un allievo come un allievo e ci si dimentica che è anche un bambino.
L’avviamento di questa avventura per me è anche questione di carattere ed è legata a quello che ho ricevuto dalla mia famiglia: le parole più usate da mio padre in tutto quello che ha scritto sono solidarietà e fratellanza. Personalmente sono molto ipersensibile e ho vissuto la scuola come luogo di umiliazione. Non voglio parlarne perché è troppo personale, mi sentivo nello stesso modo anche per gli altri e di conseguenza ho lavorato molto sull’umiliazione e sulla dignità. Ho lavorato molto anche sull’apprendimento perché ricordo le emozioni provate quando un bambino che non capisce, non capisce e non capisce e poi tutto d’un colpo capisce: sia il bambino che l’insegnante avvertono contemporaneamente la stessa emozione e per arrivare ad avere questa emozione vale la pena di lavorare tanto, non so se siete d’accordo. Non si può costruire senza speranza; la realtà spesso non dà speranza, ci vuole una forte volontà per vedere tutto quello che funziona, che va bene e collegarlo. Nel 1971 ho avuto la fortuna di partecipare ad un seminario con universitari che lavoravano intorno al libro di Ivan Illich “Descolarizzare la società”: sono andata a questo seminario perché mio marito aveva visto l’annuncio sul giornale e durante tutto il sabato e la domenica mattina non avevo capito niente.
Quando non si capisce si pensa di essere stupidi e avevo voglia di sparire sotto il tappeto, non dicevo niente e quando qualcuno mi parlava diventavo tutta rossa. A pranzo di domenica un mio vicino che conosceva mio marito mi ha detto:” E tu che cosa fai?”. Molto impressionata dagli altri ho detto :”Sono istitutrice” e lui mi ha chiesto “Perché sei qui?” “Perché ho letto il libro”. Gli ho parlato molto delle mie esperienze e gli ho raccontato della storia dell’idraulico e delle settimane bianche poi lui si è alzato, ha fatto fare silenzio e ha detto: ”Tutto quello di cui noi abbiamo parlato in questo weekend lei lo fa nella sua classe allora vi chiedo di ascoltarla” . Io pensavo che quel che facevo fossero cose non proprio banali ma non così sorprendenti, la loro sorpresa mi ha fatto vedere la mia esperienza da un altro punto di vista. Io e mio marito siamo partiti da questo seminario con la testa in rivoluzione e per me ho ritrovato il filo rosso raccontando tutto quello che era successo, tutte le cose riuscite, e quando si ritrova questo filo rosso che collega le esperienze che testimoniano del valore di quello che abbiamo fatto, allora da lì si possono fare progetti. Subito abbiamo scritto un articolo come fanno le bambine nel cortile della ricreazione che dicono: ”Diciamo che io sono una principessa e facciamo che tu sei un principe” e così mio marito ed io: ”Diciamo che tra le classi si potrebbe scambiare, facciamo che tra scuole anche di diversi livelli si possano scambiare dei saperi, facciamo che tra la scuola e il quartiere si possono scambiare saperi, facciamo che la scuola potrebbe essere aperta il sabato, la domenica perché la gente venga a scambiare saperi, facciamo che possiamo associare la biblioteca, i commercianti, gli assistenti sociali, facciamo che un bambino che vuole imparare giardinaggio possa farlo durante il tempo della scuola”.
Abbiamo scritto queste cose, le abbiamo mandate all’ispettore chiedendo un appuntamento, ero convinta che non ci avrebbe mai ricevuta, sicura che ci avrebbe detto che non l’aveva mai ricevuta e invece ci ha detto: ”D’accordo”. Abbiamo applicato al progetto dei criteri di rigore a cui avevo avevo già pensato e che mi hanno molto aiutato (mi ha aiutato molto il fatto che ero conosciuta come un’insegnante molto rigorosa e impegnata).
Attualmente, oltre ad essere responsabile pedagogica del MRERS (Mouvement des Reseaux d’Echanges Reciproques des Savoirs), faccio formazione all’università, preparo gli studenti a una laurea e li aiuto a scoprire il filo rosso che attraversa la loro storia e tutte le riuscite che hanno vissuto per costruire il loro progetto di ricerca. In ogni mestiere bisognerebbe cercare gli avvenimenti importanti, come quando si torna a casa e si dice alla propria moglie : ”Mi è successo questo, te lo devo raccontare”. Non bisogna perdere questi gioielli perché sono quelli che permettono di costruire dei progetti.


trascrizione a cura di APRIRSi