Tre giorni di formazione sui moduli di formazione e l’interculturalità organizzati dal MIRERS Mouvement International des Réseaux d’Echanges Reciproques de Savoirs con sede a Evry-Parigi
 

 


Claire Héber-Suffrin
Intervista videoregistrata di Didier Bodin, presidente di APRIRSi
a Claire Héber-Suffrin, ideatrice delle reti di scambi reciproci di saperi,
co-fondatrice del MIRERS


29-30-31 agosto 2005
SEVERAC, CANTAL, Francia del sud

Qual è l’oggetto di questo incontro?

Durante questi tre giorni abbiamo lavorato e vogliamo lavorare per far risaltare come ciascuna rete, ciascuna persona delle reti qui presente sia portatrice di esperienze di rete, di “saper fare” di rete, di saper sviluppare della formazione reciproca, di saper sviluppare dell’attenzione verso la ricchezza di ogni persona. Ci sembrava che a partire da come si sviluppano queste reti in Francia, in Italia e in altri paesi del mondo era necessario riflettere assieme per condividere queste ricchezze, rinforzare reciprocamente le nostre esperienze e forse per trovare dei metodi, dei mezzi e un sistema per una formazione reciproca in rete.
Faccio un esempio: la rete locale di Saint Flour ha una interessante esperienza di organizzazione di giornate interculturali. E’ il risultato di un lavoro collettivo, di un saper fare individuale condiviso, di un saper fare collettivo costruito, ed è proprio un peccato che questi “saper fare” restino nella rete di St.Flour. Quindi l’oggetto di queste giornate è in primo luogo aiutarli a descrivere le loro esperienze ed i loro “saper fare” ed in seconda battuta aiutarli a riflettere in modo che possano aiutare altre reti ad appropriarsi di questi saper fare per utilizzarli a loro volta.


In che modo si può aiutare ciascuna rete perché possa collegarsi ad altre reti?

Penso che in primo luogo sia possibile aiutare ciascuna rete, che naturalmente decida di partecipare, a prendere veramente coscienza delle proprie ricchezze: dal momento che si è nella pratica, nelle cose da fare, si progredisce e forzatamente non ci rende conto dell’interesse della propria esperienza, dell’interesse che può avere per altri.
Quindi prendere coscienza delle proprie ricchezze è un modo per progredire nella propria pratica, di pensarla insieme, ma anche di accorgersi che può interessare ad altri: si tratta di porsi come offerenti dei propri saperi ad altre reti e nello stesso tempo prendere coscienza che altre reti hanno costruito degli altri “saper fare” diversi dai propri, di cui non ci si può privare. Bisogna entrare in una dinamica di curiosità verso le altre reti, di aver voglia di sapere e desiderare come fanno gli altri, di accorgersi come gli altri fanno diversamente rete, in che cosa possono arricchirci, perché possiamo imparare ciò che loro sanno e che noi non sappiamo.
E’ dunque un progetto interessante finchè si continua a costruirlo: ovvero non ci si ferma solo nell’applicazione delle pratiche, ma ci si pone nell’invenzione e nella re-invenzione permanente della propria pratica. Ma ciò non è possibile farlo da soli: non è possibile raccontarsi da soli e le reti che restano nelle pratiche, i progetti che restano solo in quell’ambito, sono destinati a morire perché girano su se stessi e non si accorgono che non vivono più. Quindi poco a poco le motivazioni delle persone che ci lavorano si perdono perché si è motivati dalla creazione e non soltanto dalla routine.


In che modo le pratiche interne a ciascuna rete possono essere trasferite tra le reti e a livello del Movimento Internazionale?

In effetti in ciascuna rete ogni persona scopre, attraverso la rete, l’interesse verso i saperi degli altri e l’interesse dei propri saperi per gli altri e quindi si lavora per trovare, nominare e descrivere i propri saperi, metterli in opera, trasformare le proprie ignoranze in domande, entrare in relazione con l’ altro.
Riflettere insieme su come si impara insieme ed imparare insieme è effettivamente la stessa cosa che avviene tra organizzazioni, tra reti portatrici di saper fare collettivi. Penso che ciò possa dare un contributo alla costruzione di un movimento internazionale di reti, poiché - ho fatto l’esempio ieri - Anastase che è animatore di una rete a Nairobi, in Kenia, farà fatica a visitare la rete di Vicenza e la rete di Saint Flour: nello stesso tempo possiamo riflettere insieme su quale sia una maniera intelligente di utilizzare internet per rendere le pratiche degli uni e degli altri più visibili e più sensibili agli uni e agli altri, per arrivare veramente a tentare di condividere le esperienze.


E’ possibile che per fare ciò sia necessario un nuovo “saper fare” ed un nuovo “saper imparare”?

Sì, certamente ! Si tratta di riflettere su che cosa è un “saper fare collettivo”, che cos’è l’intelligenza collettiva. Si tratta di riflettere sui modi di trasformare le nostre esperienze in occasioni di formazione per gli altri, il che significa mettersi al posto degli altri e ascoltare le domande degli altri per poter guardare diversamente la propria esperienza e ciò è un apprendimento permanente.
Vorrei insistere sulle tecniche di informazione e di comunicazione, non certo per sacralizzarle e farsi delle illusioni; penso che dobbiamo riflettere sul fatto che sono strumenti preparatori dell’incontro, ma che non prenderanno mai il posto dell’incontro, l’incontro reale nel quale si può ascoltare l’esperienza, raccontare razionalmente, sensibilmente, emozionalmente nelle diverse dimensioni. Contemporaneamente è necessario che gli strumenti che andremo a costruire ci diano la voglia, il potere e il desiderio forte di organizzare degli incontri tra noi per comprendere le persone nel posto dove vivono le loro esperienze. Perché penso che non si conosce un’esperienza se non quando la si vede nel terreno nella quale essa si costruisce: dal momento che sono venuta da voi a Vicenza ciò mi permette, credo, di capire meglio ciò che fate e questa è una possibilità per me.
Mi sembra che gli strumenti che stiamo mettendo in costruzione per la formazione reciproca fra reti, ivi compresa la formazione a distanza, debbano essere preparatori per l’incontro reale “in presenza”.


In Italia si parla molto di “conflitti tra culture”. Può essere questa una maniera per aiutare a evitarli o a risolverli?

Penso che è in fondo una delle speranze di chi avvia delle reti e l’esperienza più che trentennale delle reti mostra bene come esse permettano che ci sia riconoscimento della propria cultura e rischiare di accettare la cultura dell’altro. Ci sono delle cose comuni nella propria cultura e credo sia importante dire che non si è soltanto nella "differenza di cultura”, siamo anche gli stessi e siamo portatori della stessa umanità, anche se di diverse culture.
C’è qualcosa di comune fra gli esseri umani anche quando appartengono a culture diverse: trovandoci tra noi e scoprendo che ciascuno porta qualcosa di ricco allora in quel momento si può ricevere la cultura dell’altro.
Penso che vi siano molte cose che sono vissute come “conflitti tra culture” che sono legate al fatto che ci sono delle persone che non si sentono affatto riconosciute nella propria cultura e se non si è riconosciuti in ciò che si è, non si può riconoscere l’altro; allo stesso modo riconoscere l’altro insegna ad accettare di essere riconosciuti, e a riconoscere se stessi. La cosa è interattiva: riconoscere se stessi, accettare di essere riconosciuti e riconoscere l’altro. E’ veramente una triangolazione molto interattiva e bisogna considerare le tre cose contemporaneamente.
Mi sembra sicuramente che le reti di scambi reciproci di saperi contribuiscano a questo processo: la prova di ciò si trova in diverse città della Francia e credo che sia così anche da voi, da quanto ci avete raccontato.